L’acromion è una delle sezioni anatomiche delle quali è composta la scapola, l’osso piatto e di forma triangolare che costituisce una parte fondamentale dell’articolazione della spalla.
Più precisamente, l’acromion è la parte della scapola che si articola con la clavicola (articolazione acromioclavicolare) e costituisce la propaggine terminale della spina scapolare.

L’articolazione acromioclavicolare è piuttosto delicata perché viene sollecitata spesso, come per esempio negli sport di contatto o in quelli per i quali è importante l’uso delle braccia. Gli sport di lancio ed il sollevamento pesi sono attività particolarmente stressanti per questa articolazione.

Sindrome da conflitto subacromiale

Ogni volta che trasportiamo un peso o solleviamo il braccio oltre una certa angolazione, si restringe momentaneamente lo spazio fra acromion e testa dell’omero; in questo modo, aumenta l’attrito dell’articolazione sulla borsa acromiale, dentro la quale scorrono i tendini dei quattro muscoli (sopraspinato, sottospinato, piccolo rotondo e sottoscapolare) che formano la cuffia dei rotatori.

Con il tempo, l’attrito può dare luogo a fenomeni infiammatori ed aderenze fra le superfici articolari.

Il dolore che caratterizza questa sindrome, che è detta sindrome da conflitto subacromiale, si avverte quando l’angolazione del braccio rispetto al corpo supera un certo livello (di solito intorno ai 60°) e può causare un ridotto utilizzo dell’articolazione.

Se il conflitto subacromiale non è risolto attraverso una terapia appropriata, il ridotto utilizzo dell’articolazione, causato dal dolore, rende sempre più gravi le aderenze e le calcificazioni, conducendo ad un vero e proprio circolo vizioso che causerà lo sfilacciamento o addirittura la rottura dei tendini stessi.

Quando si verificano queste degenerazioni, i danni che si riscontrano possono essere molto seri: la perdita di tono della muscolatura e la ridotta funzionalità dell’arto richiedono interventi complessi e lunghi tempi per la riabilitazione. Per scongiurare la possibilità che la situazione si aggravi ulteriormente ed il dolore influenzi la qualità della vita del paziente è quindi molto importante che quando si presenta questa patologia sia riconosciuta, diagnosticata e trattata nel tempo più breve possibile, attraverso la consulenza di un medico specializzato.

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Le cause della sindrome da conflitto subacromiale

Artrite reumatoide e patologie del metabolismo come la gotta possono essere importanti fattori di rischio per la sindrome da conflitto subacromiale, ma esistono molti altri fattori di rischio per questa patologia; di solito, non è un singolo fattore ma la combinazione fra essi a scatenare l’infiammazione che porta alla borsite subacromiale e in seguito alla sindrome da conflitto.

Essere predisposti in generale ad artrosi o all’infiammazione dei tendini, per esempio, è certamente un fattore da tenere in considerazione, così come svolgere lavori o attività sportive usuranti dal punto di vista fisico o aver subito traumi ripetuti.

Anche alcune peculiarità anatomiche, come una conformazione “ad uncino” dell’acromion o la tendenza generale alla formazione di osteofiti, contribuiscono di frequente a causare l’infiammazione che determina la patologia.

La naturale degenerazione dei tessuti causata dall’avanzare dell’età ed il ridotto apporto di sangue alla struttura anatomica (che può essere dovuto per esempio a problemi di natura cardiocircolatoria) completano il quadro dei fattori di rischio più frequenti per il conflitto subacromiale, sebbene il ruolo della scarsa irrorazione di sangue in questa patologia sia ancora da indagare pienamente.

I sintomi della sindrome da conflitto subacromiale

Il dolore alla spalla ed al braccio e la limitazione dei movimenti dell’arto stesso sono i principali sintomi della sindrome da conflitto subacromiale. Il dolore di solito esordisce lentamente e può emergere in seguito di un trauma, talvolta anche molto piccolo.

In seguito all’insorgenza del dolore, poco alla volta si verifica una limitazione al raggio dei movimenti che sono possibili; il dolore stesso inizia a manifestarsi anche a riposo e ad interferire con la qualità della vita del paziente, per esempio rendendo più difficile prendere sonno.

Come abbiamo visto, negli stadi più avanzati della patologia il circolo vizioso formato dal dolore cronico e dalla limitazione dei movimenti può portare alla formazione di aderenze e calcificazioni, che diventano gradualmente più difficili da risolvere, allungando i tempi di trattamento e la riabilitazione.

La diagnosi di sindrome da impingement subacromiale prevede l’esecuzione di alcuni test fisici durante la visita (si usano spesso il test di Neer, il test di Yocum e il test di Jobe). Una volta accertata la diagnosi, si possono utilizzare esami di diagnostica per immagini come la TAC, la Risonanza magnetica o l’ecografia per valutare pienamente i danni subiti dall’articolazione.

Intervento chirurgico: l’acromionplastica in molti casi è solo una parte dell’intervento?

I casi per i quali è necessario il ricorso ad un intervento chirurgico sono in maggioranza quelli in cui è accertata la presenza di calcificazioni e aderenze o quelli in cui la particolare conformazione dell’osso acromiale rende impraticabile l’utilizzo del solo percorso riabilitativo.

Nella grande maggioranza di questi casi la situazione di infiammazione ha già danneggiato la borsa subacromiale o i tendini che scorrono al suo interno. Il danneggiamento subito dai tendini potrebbe essere di lieve entità ma senza un trattamento adeguato c’è il rischio che la situazione degeneri lentamente fino a provocare danni più importanti.

Intervento chirurgico: acromionplastica e riparazione cuffia dei rotatori, insieme

Proprio per questo motivo, il chirurgo ortopedico specializzato effettua spesso una procedura che combina la regolarizzazione dell’articolazione acromioclavicolare con la riparazione della cuffia dei rotatori. Se è possibile, l’intervento si effettua in artroscopia, una tecnica che consente di ridurre l’impatto estetico dell’intervento ed accorciare i tempi della riabilitazione postoperatoria, pur mantenendo l’efficacia della procedura classica “a cielo aperto”.

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Tempi di recupero

Il periodo di tempo necessario al completo recupero della funzionalità dell’articolazione interessata può essere molto variabile. È sicuramente influenzato dalla rapidità con la quale il problema viene diagnosticato e trattato e dall’età, ma anche da costanza e determinazione con le quali il paziente affronta la riabilitazione, giorno dopo giorno.

Se il problema non necessita di trattamento chirurgico, si dovrebbe risolvere attraverso l’assunzione di antinfiammatori, l’applicazione di ghiaccio e gli esercizi di fisioterapia, di solito in un tempo compreso fra 2 e 4 settimane.

Per il recupero da un intervento chirurgico i tempi sono altrettanto variabili ma ovviamente più lunghi: in media, intercorrono circa tre mesi fra il giorno dell’intervento e la guarigione completa, con pieno recupero delle possibilità di movimento.