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Tendinite Calcifica: le infiltrazioni di cortisone funzionano davvero?

2018-09-12T09:37:56+00:0021 Marzo 2018|

La spalla è un importante complesso articolare, la cui articolazione principale è quella che unisce la scapola, l’osso triangolare che si colloca a contatto con la parte posteriore delle costole, con l’omero, l’osso che sostiene la parte superiore del braccio.

La cuffia dei rotatori è la struttura anatomica che stabilizza la spalla, impedendo che la testa dell’omero fuoriesca dalla cavità glenoidea, la superficie concava all’estremità della scapola nella quale è solitamente incastrata.

È costituita da quattro muscoli e dai relativi tendini ed è chiamata così perché, come una cuffia, i quattro tendini avvolgono letteralmente l’articolazione, impedendone il disallineamento.

Per via dell’ampiezza dei movimenti che dev’essere in grado di garantire, questa articolazione è particolarmente suscettibile a traumi ed infortuni; l’instabilità della spalla è una condizione piuttosto comune, specialmente nelle persone che hanno superato l’età giovanile.

Quando la cuffia dei rotatori subisce un trauma o uno dei tendini di cui è composto si usura, l’intero complesso articolare ne risente, particolarmente se il problema non viene trattato in maniera adeguata.

Che cos’è la tendinite calcifica?

L’infiammazione dei tendini che formano la cuffia dei rotatori è sicuramente una delle cause più comuni di dolore alla spalla. Il dolore non è sempre facile da localizzare e spesso si manifesta dopo un prolungato periodo di riposo, per esempio durante la notte.

Quando l’infiammazione è trascurata o comunque non è trattata come sarebbe necessario, le alterate condizioni dell’articolazione rendono più probabile la formazione di calcificazioni sulla superficie dei tendini.

Queste calcificazioni sono talvolta erroneamente ritenute la causa principale dell’infiammazione; ne sono invece un effetto, e come tali andrebbero considerate.

D’altra parte, è però vero che la presenza di calcificazioni alimenta ulteriormente l’infiammazione, dando luogo alla tendinite calcifica.

Questa condizione patologica fino a qualche anno fa era chiamata anche periartrite. È particolarmente insidiosa perché può determinare in tempi relativamente brevi lo sfilacciamento o addirittura lo strappo dei tendini stessi, un problema assai più serio da affrontare rispetto alla semplice infiammazione.

I sintomi della tendinite calcifica

Di solito, il sintomo principale della tendinite calcifica è un dolore intenso, localizzato nella parte anteriore e laterale della spalla, che talvolta è presente anche quando il braccio è completamente a riposo. Il dolore diventa più acuto quando il paziente tenta di alzare il braccio sopra la testa; la condizione può aggravarsi gradualmente fino a rendere completamente impossibile sollevare il gomito oltre un certo livello.

Questa patologia può attraversare diverse fasi, la più dolorosa delle quali è certamente quella di riassorbimento, che precede la guarigione. Le calcificazioni colpiscono di solito il tendine sopraspinato o, più raramente, il sottospinato.

Perché è l’effetto di una lesione tendinea?

La scarsa perfusione di sangue nella zona della cuffia dei rotatori ed in particolare nella cosiddetta “porzione critica” del tendine sopraspinato, quella più vicina all’articolazione, concorre probabilmente, con la reazione delle cellule all’infiammazione, nel formare le calcificazioni.

In sede di diagnosi questo processo è talvolta evidente: le calcificazioni si inseriscono nella lesione tendinea come ne fossero il risultato e non il fattore scatenante.

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L’importanza di una diagnosi corretta

Questa differenza è però difficile da riscontrare per un occhio meno allenato di quello del chirurgo ortopedico specializzato.

La tendinite calcifica non è semplicissima da trattare ed alcuni medici consigliano erroneamente trattamenti come le onde d’urto focali, il lavaggio endoscopico, o le classiche infiltrazioni di cortisone. L’effetto di controllo dei sintomi che queste metodiche danno spesso al paziente ed al medico l’erronea convinzione che il problema sia in via di risoluzione.

Perché le terapie conservative [lavaggi, onde d’urto] falliscono?

Pochi mesi più tardi, invece, non di rado il problema si ripresenta, talvolta in forma più dolorosa.

Perché? Nella maggioranza dei casi, sciogliere le calcificazioni e liberare l’articolazione risolve la patologia solo temporaneamente, perché esse non hanno a che vedere con la patogenesi, ovvero con il motivo per il quale si genera la patologia.

I danni provocati dall’infiammazione e poi dalle calcificazioni non si riparano senza ricorrere all’intervento chirurgico, a meno che i tessuti non si rigenerino spontaneamente, cosa che avviene solo se il danno è molto lieve.

L’intervento chirurgico è quindi l’unico trattamento davvero risolutivo nella grande maggioranza dei casi.

Intervento chirurgico

L’approccio artroscopico, quando è possibile, è sempre l’opzione preferenziale per questo tipo d’intervento perché grazie all’aiuto di un potente microscopio è possibile la valutazione accurata di tutte le lesioni tendinee, che possono essere quindi riparate attraverso piccole incisioni.

Oltre ad eliminare le calcificazioni, l’intervento ha infatti lo scopo di analizzare la situazione di tutte le parti anatomiche che compongono l’articolazione, proprio per evitare che ci possano essere fastidiose ricadute nel giro di pochi mesi.

La spalla andrebbe infatti sempre considerata come un unico sistema, nel quale la “rottura” di un elemento provoca il deterioramento di tutti quelli ad esso collegati.

Una “revisione” completa è quindi l’unico modo per assicurarsi che non ci siano altri malfunzionamenti a medio termine.

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Riabilitazione e convalescenza

I tempi di recupero dagli interventi alla cuffia dei rotatori sono notevolmente ridotti da quando l’artroscopia è diventata l’opzione più utilizzata. Il braccio deve essere immobilizzato per circa quattro settimane ma la ferita operatoria è molto limitata.

La riabilitazione della muscolatura è parte integrante della terapia e va effettuata con impegno e disciplina per ottenere il miglior risultato possibile dall’intervento chirurgico.

È importante seguire diligentemente le indicazioni specialistiche ed il programma formulato dal fisioterapista. Il recupero della funzionalità articolare si raggiunge pienamente a circa sei mesi dalla data dell’operazione.