La spalla è una delle articolazioni più mobili del nostro corpo: per possedere questa qualità, questa articolazione necessita di strutture stabilizzatrici, come la cuffia dei rotatori, che spesso sono soggette a lesione: la lesione alla cuffia dei rotatori è proprio l’argomento che analizzeremo in questo articolo, cercando di fare chiarezza sulle sue soluzioni.

Quando la lesione interessa la cuffia dei rotatori, è fondamentale capire quale zona viene colpita, in quanto questa struttura è molto complessa.

Proseguiamo ora l’articolo descrivendo brevemente la composizione della cuffia dei rotatori, per poi vedere le soluzioni a questa fastidiosa condizione.

Cuffia dei rotatori: anatomia

cuffia dei rotatori

La cuffia dei rotatori è il complesso dei tendini e dei relativi muscoli che ha lo scopo di tenere insieme l’articolazione fra l’omero e la scapola.

L’omero è l’osso che sostiene la parte superiore del braccio e la scapola è la parte più mobile della spalla: nonostante queste due parti siano a sé stanti, generalmente si analizza la zona nel suo insieme.

In anatomia, poiché la cavità della scapola nella quale si innesta l’omero viene detta cavità glenoidea, si può parlare anche di articolazione gleno-omerale.

In generale, la cuffia dei rotatori è solamente una delle cinque articolazioni che interessano la spalla ma è fra le più delicate ed importanti dell’intero corpo umano.

Infatti, deve consentire al braccio di muoversi liberamente all’interno di tutto il suo naturale raggio d’azione, oltre ai movimenti di allontanamento e quelli di avvicinamento al corpo.

La cuffia dei rotatori ha l’importante compito di sostenere e stabilizzare il braccio nella maggior parte dei suoi movimenti ed è formata da quattro diversi tendini, che prendono il nome dai muscoli della spalla ai quali sono legati:

  • il muscolo sovraspinato serve ad allontanare e sollevare il braccio [abduzione] in stretta collaborazione con il muscolo deltoide;
  • il muscolo sottospinato ha la funzione [in collaborazione con il piccolo rotondo] di determinare la rotazione esterna del braccio e la sua estensione;
  • il muscolo sottoscapolare serve per i movimenti di rotazione verso l’interno ed avvicinamento al corpo [adduzione] dell’omero;
  • il muscolo piccolo rotondo si contrae per determinare l’estensione orizzontale del braccio o, se la contrazione è effettuata insieme a quella del sottospinato, alla rotazione esterna dell’omero.

Generalmente il tendine che subisce l’infortunio è il sovraspinato: sono invece più rare le lesioni agli altri tre.

Questo è dovuto al delicato ruolo che ha nel movimento del braccio: il muscolo sovraspinato ha infatti il compito di permettere all’arto di compiere la prima parte del proprio movimento, dalla posizione verticale fino a circa 80°-90° di inclinazione rispetto al resto del corpo, dopo la quale è il muscolo deltoide a permetterci di completare l’eventuale sollevamento del braccio.

Ho avuto, però, a che fare anche con lesioni più rare, come quella del muscolo sottoscapolare, nel caso del noto rugbista Mauro Bergamasco.

L’atleta della nazionale accusava dolori alla spalla a seguito degli allenamenti con la squadra e dopo diverse visite specialistiche non si riusciva a scoprire la causa del loro: potete leggere il suo caso in questo articolo.

La lesione della cuffia dei rotatori: parziale e totale

cuffia dei rotatori lesione parziale o totale

La lesione alla cuffia dei rotatori interessano i tendini che compongono questa struttura e possono essere di natura traumatica o infiammatoria.

In entrambi i casi, quando i sintomi dolorosi vengono ignorati, l’infortunio può degenerare, tanto da compromettere la qualità di vita della persona.

Quando la lesione alla cuffia dei rotatori non viene trattata tempestivamente, si possono verificare danni più seri, che aumentano la probabilità di dover ricorrere alla chirurgia, con conseguenti tempi di recupero più lunghi.

La lesione dei tendini può essere parziale o totale e la sua corretta valutazione influenza significativamente la strategia terapeutica che sarà utilizzata dallo specialista.

Le cause

A parte gli eventi traumatici come colpi o cadute, lo schiacciamento dei tendini che scorrono nello spazio fra omero e scapola è fra le principali cause di usura dei tendini stessi.

Questa condizione deriva dall’usura naturale e dalle peculiarità anatomiche del paziente. Di conseguenza gli infortuni dovuti all’infiammazione ed all’usura della cuffia dei rotatori sono rari (ma non impossibili) nelle persone sotto i 40-45 anni di età.

La naturale degenerazione dovuta all’invecchiamento dei tessuti può essere determinante, così come alcune malattie metaboliche (ad esempio il diabete), le calcificazioni e, più in generale, tutte le condizioni che causano un ridotto afflusso di sangue nella zona della spalla.

I fattori di rischio

I fattori di rischio che possono portare ad una lesione alla cuffia dei rotatori sono:

  • l’età;
  • le attività lavorative manuali, specialmente se usuranti;
  • l’eccesso di attività sportiva;
  • l’esecuzione ripetuta di movimenti o posture improprie (per esempio, dormire in una posizione non corretta o sollevare pesi in maniera sbagliata).
  • il tabagismo, in quanto il fumo influenza significativamente l’elasticità dei tendini.

I sintomi

Di solito la lesione della cuffia dei rotatori manifestano questi sintomi:

  • dolore nella parte anteriore della spalla, che si irradia lungo il lato del braccio;
  • difficoltà nel sollevamento laterale dell’arto, quando le lesioni non vengono trattate per molto tempo.

Se la lesione si verifica per via di un trauma di solito si manifesta con un dolore acuto e la sensazione dell’impossibilità di muovere la spalla: la debolezza del braccio è immediata e invalidante.

In caso, invece, di una lesione di natura degenerativa, il dolore esordisce in modo graduale a partire dalla condizione di infiammazione del tendine.

La situazione si aggrava poi, un poco alla volta, fino a quando la patologia non viene trattata: per questo quando si manifestano dolori alla spalla è bene rivolgersi a uno specialista per una visita.

Test diagnostici

In sede di visita, lo specialista è solitamente in grado di effettuare una diagnosi corretta, eseguendo una serie di indagini manuali come:

  • il test di Jobe;
  • il test di Patte;
  • il Lift-off test.

Queste indagini consistono nella mobilizzazione attiva o passiva dell’articolazione e nella registrazione dei sintomi riferiti dal paziente.

I test manuali vanno confermati attraverso risonanza magnetica o radiografia, anche per escludere qualsiasi altra causa.

In questo modo si può formulare la strategia di trattamento più corretta, permettendo così al paziente di risparmiare tempo e sofferenze.

L’intervento chirurgico in artroscopia

Non sempre la chirurgia è l’opzione più indicata per il trattamento di una rottura della cuffia dei rotatori.

Nei casi di pazienti anziani che non hanno esigenza di recupero completo della funzionalità o nei casi di lesione lieve, è possibile ottenere risultati soddisfacenti solo con le terapie riabilitative.

Quando l’approccio chirurgico è invece la scelta preferenziale di trattamento, nei pazienti per i quali è possibile si opta per la chirurgia artroscopica.

Questo approccio, infatti, consente di valutare perfettamente la lesione e ripararla attraverso piccole incisioni, grazie all’aiuto di un potente microscopio, collegato ad un monitor, che permette di agire senza operare “a cielo aperto”.

L’intervento in artroscopia dura di solito tra i 45 e i 90 minuti.

I tempi di recupero

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A seguito del trattamento chirurgico è necessario un periodo di riabilitazione, che è divisa solitamente in tre tempi differenti:

  • la prima fase consiste nell’immobilizzazione del braccio per circa 4 settimane, per permettere al tessuto muscolare di ripararsi;
  • la seconda fase prevede la fisioterapia assistita, per recuperare il movimento dell’articolazione. Di solito dura 4-8 settimane;
  • la terza fase serve al rinforzo della muscolatura attraverso l’esercizio fisico, sia assistito che autonomo. La durata è variabile ma il mio consiglio è di non impegnarsi per meno di 8-10 settimane.

La riabilitazione va considerata una parte integrante della terapia perché è dalla sua buona riuscita che dipende l’intero esito della procedura.

Eventuali ricadute sono molto meno probabili in chi si impegna a lungo negli esercizi di fisioterapia, che possono essere continuati anche oltre la fine della riabilitazione stessa.