• legamento-crociato-per-calciatori

Legamento Crociato Anteriore: le tre tecniche chirurgiche

2018-05-02T09:22:05+00:002 maggio 2018|

Le ginocchia sono il punto debole di tutti gli sportivi. In particolare, questo è valido per chi pratica sport come calcio, pallacanestro, sci e tutte quelle discipline che mettono alla prova l’esplosività delle gambe.

Le forze cui sono esposte le articolazioni delle nostre gambe, per esempio quando saltiamo o quando effettuiamo un rapido cambio di direzione, possono superare il 250% del peso corporeo.

Questo è il motivo per cui gli infortuni alle ginocchia, buona parte dei quali interessano i legamenti crociati, sono tanto frequenti.

Che cos’è il legamento crociato anteriore

È uno dei legamenti più importanti del ginocchio ed è parte dell’articolazione femoro-tibiale.

Si incrocia con il legamento crociato posteriore [caratteristica dalla quale entrambi prendono il loro nome] e serve principalmente a stabilizzare il ginocchio, impedendo lo spostamento anteriore della tibia rispetto al femore.

Le cause di rottura o lesione del LCA

dolore-al-ginocchio-morente

Il legamento crociato anteriore [LCA] è particolarmente sensibile ai traumi distorsivi, specialmente quando causano l’estensione sovrabbondante del ginocchio [gamba troppo tesa o allungata] o la sua eccessiva rotazione.

Le accelerazioni, le decelerazioni ed i traumi laterali frequenti fanno in modo che la rottura dei legamenti crociati sia uno degli infortuni in assoluto più frequenti nel calcio e nello sci.

In pazienti che soffrono di instabilità del ginocchio, comunque, il legamento crociato anteriore si può danneggiare anche in seguito a movimenti normalissimi, proprio per via della particolarità di questa condizione.

I sintomi di una lesione possono essere molto soggettivi e non sempre la loro intensità rispecchia la serietà del problema.

Di norma si possono constatare un dolore piuttosto intenso, una sensazione di cedimento che causa un’importante limitazione funzionale ed un evidente gonfiore del ginocchio.

Tuttavia può per esempio succedere che il dolore sia quasi assente e che il paziente sia in grado di camminare perfettamente anche poco dopo l’infortunio.

Sono noti e non così infrequenti i casi di atleti che hanno proseguito e portato a termine le loro attività pur essendo infortunati.

È chiaro che una simile evenienza potrebbe quasi certamente causare danni aggiuntivi all’articolazione. Per evitare di peggiorare ulteriormente la situazione, in caso di sospetta rottura o lesione dei legamenti crociati è ovviamente consigliabile sospendere qualsiasi tipo di attività fisica.

La diagnosi e la visita specialistica

La visita specialistica e la risonanza magnetica sono le due principali modalità attraverso le quali si può diagnosticare una lesione dei legamenti crociati.

In sede di visita, il medico eseguirà una serie di test fisici che hanno lo scopo di verificare la diagnosi sospetta e di indagare la presenza di complicanze che possono derivare da patologie correlate alla rottura del LCA come:

  • lesioni meniscali;
  • lesioni dei legamenti collaterali;
  • danni cartilaginei.

Una volta confermata la diagnosi, lo specialista sceglierà la strategia di trattamento più adatta alla natura dell’infortunio e soprattutto alle esigenze del paziente.

È importante comprendere che la risoluzione definitiva del problema può essere ottenuta solamente attraverso un’operazione chirurgica.

Nei decenni passati si tendeva ad operare solamente gli atleti che avessero necessità di recuperare la piena funzionalità dell’articolazione.

Il costante miglioramento delle tecniche applicate ha portato ad una situazione opposta: quando è possibile, il trattamento chirurgico non è consigliato solo in quei casi di persone anziane che non hanno grandi esigenze di mobilità o che faticherebbero a seguire un programma di riabilitazione completo.

Le principali tecniche per la ricostruzione del legamento crociato sono tre:

Trapianto autologo del semitendinoso e gracile

La più diffusa fra le tre è senza dubbio il trapianto autologo di semitendinoso e gracile, che consiste nell’utilizzare i tendini di due muscoli flessori mediali della coscia, che sono poi fatti passare attraverso un tunnel osseo appositamente realizzato all’interno dell’articolazione. L’intervento, quando possibile, è effettuato in artroscopia.

È importante notare che si debbono rispettare i tempi di recupero della muscolatura della coscia, rallentando di conseguenza la riabilitazione.

Trapianto autologo tendine rotuleo

Questa tecnica prevede l’espianto della porzione centrale del tendine della rotula attraverso una piccola incisione. La porzione espiantata del tendine è poi utilizzata per ricostruire il legamento lesionato, sempre con la tecnica del tunnel osseo.

L’utilizzo del tendine rotuleo tende ad indebolire temporaneamente l’intera articolazione, per cui è necessario porre molta attenzione per evitare di danneggiare il risultato dell’intervento durante la riabilitazione.

Allograft

L’alternativa più diffusa al trapianto autologo prevede l’impianto di un tendine prelevato da un donatore [tecnica allograft].

In questo caso, il vantaggio è ovviamente che non è necessario prelevare materiale dallo stesso paziente ed indebolire quindi altre parti della muscolatura.

Il decorso post-operatorio

ritorno-in-campo-calciatore

L’intervento dura mediamente circa un’ora. Il paziente dovrebbe essere in grado di camminare senza l’ausilio delle stampelle nel giro di 3-4 settimane dalla dimissione, che avviene di solito entro un paio di giorni dall’operazione. Il primo controllo, durante il quale vengono anche rimossi i punti di sutura, dovrebbe essere effettuato dopo circa 2 settimane.

È importantissimo sottolineare che la fase di riabilitazione è importante tanto quanto l’intervento stesso ai fini di raggiungere il miglior risultato in termini di recupero della stabilità e della funzionalità del ginocchio interessato dalla lesione.

La fisioterapia dovrebbe essere iniziata già durante la degenza ospedaliera ed il programma deve essere seguito almeno per i 4-6 mesi successivi, ovvero fino a quando l’articolazione non recupera praticamente la piena funzionalità.

In genere è comunque possibile tornare a guidare e svolgere le normali mansioni lavorative circa 60 giorni dopo l’intervento.